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Ian Cox
Le terre isolate della Nuova Zelanda, con la loro natura peculiare, dovrebbero avere un posto sulla lista di ogni amante della natura. Milioni di anni di isolamento si sono tradotti in un fragile ecosistema nativo, e per questo i cacciatori ricoprono un ruolo decisivo nella protezione della biodiversità della Nuova Zelanda. Come per ogni altro luogo, l’ambiente unico di questo Paese determina interamente la filosofia e la pratica della caccia.
Ne parliamo con Ian Cox, che si definisce un cacciatore di terra e dal cielo. Con oltre trent’anni di esperienza, ha molte cose da raccontarci sui principi della caccia in Nuova Zelanda e la sua interessante evoluzione.
Flora e fauna della Nuova Zelanda, famose e uniche, sono il risultato di milioni di anni di completo isolamento. Prima che gli esseri umani mettessero piede su questa terra, gli unici mammiferi terrestri nativi erano due specie di pipistrelli. Questo ha consentito ad animali e piante di evolversi senza il rischio rappresentato dai predatori. Di conseguenza molti uccelli si sono evoluti senza la necessità di volare, sostituendo alcuni mammiferi terrestri. Questo ambiente perfetto ha permesso a flora e fauna di prosperare fino a quando i colonizzatori europei hanno introdotto animali come capre, maiali, cervi e marsupiali. Queste specie non avevano predatori naturali e hanno cominciato a danneggiare l’immacolato ecosistema neozelandese.
La caccia si è imposta come una soluzione decisiva per il controllo delle specie invasive. A differenza dell’Europa e del Nord America – dove la caccia è spesso considerata uno strumento di gestione della popolazione di fauna selvatica – in Nuova Zelanda essa è principalmente rivolta alla disinfestazione: qui, infatti, cervi, maiali e capre vengono considerati animali nocivi. Col tempo è diventata un’eredità culturale che doveva essere mantenuta per impedire la distruzione della flora e della fauna native. Come afferma Ian Cox, “In Nuova Zelanda vivono cinque milioni di persone, e un milione di esse sono cacciatori. Ognuno la vive e la respira. La cultura della caccia e della pesca è una parte importante della vita”.
In quest’isola che è un Paese, il successo dei cacciatori si misura sui risultati ecologici che la loro attività produce, e non semplicemente sul numero di animali abbattuti. “Il metro di successo principale è il Seedling Ratio Index, che misura lo stato di salute della flora nativa verificando se le piante stiano crescendo al di sopra dei 300 mm, un livello che indica che non vengono mangiate eccessivamente dagli animali nocivi. Se i cacciatori riescono a ridurre a due esemplari o meno il numero di animali cacciati per persona al giorno, questo indica che la rigenerazione delle piante è in corso. Per la protezione di piante a rischio, l’obiettivo è essenzialmente la densità zero”, spiega Ian.
Non è una sorpresa che in un ambiente di montagna così aspro e scosceso, con una fitta boscaglia e stretti sentieri, i cacciatori abbiano iniziato a cacciare dagli elicotteri, in modo da accedere con più facilità a queste zone.
Mentre in alcune parti del mondo si sta solo iniziando a scoprire e usare i dispositivi termici, in Nuova Zelanda sono ampiamente accettati, sostiene Ian. “Molti cacciatori amatoriali li considerano un vantaggio, dunque l’opposizione viene soprattutto da un piccolo numero di essi. Sono i tradizionalisti, cacciatori di vecchio stampo, che misurano la lunghezza delle corna, evitano la tecnologia e magari usano i cani come aiuto. Ma francamente anche la caccia alla vecchia maniera, come illuminare di notte i margini delle foreste sui terreni agricoli, è praticata da anni qui, e può essere più pericolosa; molte persone sono infatti rimaste ferite praticandola”.
A differenza di illuminare una zona di notte, i dispositivi termici consentono un’identificazione chiara, etica e non intrusiva degli animali, fornendo inoltre immagini ad alta risoluzione, anche in condizioni meteorologiche molto sfavorevoli.
“A mio parere l’uso della tecnologia termica non è un vantaggio sleale, ma semplicemente significa essere avveduti. Puoi sederti su una collina con un visore per un tempo infinito e magari avvistare un paio di animali, mentre con uno strumento termico basta fare una rapida esplorazione e subito vedi ogni cosa. Puoi vedere un cervo sdraiato nella boscaglia, cosa impossibile a occhio nudo”, spiega Ian, che aggiunge: “È anche una questione di maggiore efficienza. A volte il mio cane sente un odore a 100 o 200 metri, e io posso semplicemente puntare il dispositivo termico per vedere con chiarezza un profilo e identificare cosa sia. È tutto molto più efficace”.
Ian Cox
Così come in altri luoghi del mondo, il cambiamento climatico è evidente in Nuova Zelanda, non solo per l’effetto su flora e fauna ma anche sul lavoro quotidiano dei cacciatori. “L’effetto più evidente per me è come si stia riducendo il periodo ideale per la caccia. Per il controllo delle capre, ad esempio, in primavera – a novembre e dicembre – le capre solitamente scendono dalle zone montuose dove sono rimaste in inverno. La nuova crescita delle piante inizia nel fondovalle, e le capre seguono la vegetazione. Dunque non è necessario coprire un’area molto vasta; è sufficiente concentrarsi sul terzo inferiore delle valli per colpire un numero enorme di animali, a volte sopra il 60%. Così il nostro lavoro è molto più efficiente, ma il periodo giusto sta diventando più imprevedibile”.
“Il cambiamento climatico sta causando anche una produzione più frequente di semi da parte della piante, soprattutto nel caso del faggio. Quando producono i semi, la popolazione di roditori esplode e poi anche i mustelidi – come gli ermellini – aumentano enormemente a causa dell’abbondanza di cibo. Quando la popolazione di roditori cala, i mustelidi iniziano a mangiare specie native di uccelli e lucertole, e questo è un grosso problema”.
Mentre in Nuova Zelanda può esserci più attenzione che altrove alla gestione delle specie invasive, i problemi basilari – la continuità di questo lavoro, l’incertezza dei fondi disponibili e la difficoltà nel dispiegamento della tecnologia a causa delle risorse limitate – sono universali e paragonabili a quelli affrontati dai professionisti della tutela della natura in tutto il mondo.
“L’aspetto più problematico del lavoro è probabilmente il fatto di non riuscire a svolgerne a sufficienza. Intendo dire che cerchiamo sempre di ottenere miglioramenti – come apportare cambiamenti all’ambiente, ad esempio in seguito a frane causate dai terremoti o ripristinando la vegetazione in una certa area – ma le piante minacciate sono sempre a rischio. Sembra un po’ una battaglia persa, perché appena ti fermi si perdono molti dei progressi fatti. Si può sempre riprendere, ma la disponibilità dei fondi è sempre un’incognita”.
“Riceviamo finanziamenti da parte di filantropi, dal governo centrale e da tutti quei gruppi che ci tengono molto alla protezione della natura. Ma non è sufficiente. La cosa frustrante è che sarebbe decisamente fattibile; con le nuove tecnologie – come quella termica che è stata una vera e propria scoperta – e ora con i droni e ogni altro strumento immaginabile, mettendo assieme tutto questo si potrebbe fare una differenza enorme”, afferma Ian, che poi prosegue: “Un mio amico, Ant, anni fa sosteneva ‘In che direzione si va adesso? Non credo che si possa fare di meglio’. Ma solo due anni dopo mi disse ‘In realtà mi sbagliavo. Guarda questo!’. Le conoscenze e la tecnologia crescono in maniera esponenziale, si tratta solamente di avere le risorse per sfruttare tutto al suo massimo potenziale”.
Ian Cox
In Nuova Zelanda, l’isolamento dell’ecosistema non solo ha plasmato una fauna selvatica unica, ma anche un nuovo tipo di cacciatore. Seguire un animale è molto più di uno sport: è una responsabilità decisiva. Questi cacciatori sono la prima linea della salvaguardia della natura, conducendo una battaglia continua a favore della biodiversità, con una filosofia tanto unica quanto la terra che proteggono.